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FARE VOLONTARIATO OGGI
La mia esperienza, l’immaginario collettivo, la vigente normativa, il domani… Non so dire quando ho iniziato a fare volontariato. Allora non lo capivo. Ricordo le domeniche pomeriggio, con mia madre, le visite “ai capuccini”con puntatina dalla signorina R.T. , paralitica che viveva in istituto, dopo essere passate da “u zi Vicinzinu” a comprare dei biscotti (durissimi) o caramelle al miele (grossissime) o allo zucchero (bomboloni), da distribuire equamente, me compresa . Con il passare degli anni quelle domeniche divennero un tormento, avevo, infatti, circa dodici anni . In alternativa potevo scegliere di andare a trovare delle signore/ine anziane che vivevano da sole, quasi sempre malate. Dopo qualche anno mi sono emancipata e sono passata all'Azione cattolica, ai Movimenti, alla Caritas. Fra una storia e l’altra mi ritrovo ad una certa età, figli grandi, profonda avversione per la televisione, senza più doveri filiali, con tutte le condizioni per potermi impegnare in prima persona, senza sensi di colpa verso la famiglia, la casa, la professione. Anzi, forse il fatto di fare un lavoro non molto stimolante, in quel momento (2000/2001) , mi ha spinto fra le braccia della Fratres. Buon per me o buon per l’Associazione? Ognuno di noi credo debba sentirsi gratificata da quello che fa. Personalmente mi sento gratificata quando mi propongo degli obiettivi, non sempre facili, e riesco a conseguirli. La cosa più difficile per chi fa volontariato è scuotere, coinvolgere, trasmettere entusiasmo per la realizzazione di qualcosa a vantaggio di tutti e senza interesse per ciascuno. Nella migliore delle ipotesi la gente non presta molta attenzione a chi dedica il proprio tempo e le proprie energie a questo servizio; nella peggiore, pensa che chi fa attività volontariali non ha di meglio da fare, o se lo fa chissà perchè. Io non amo stare sfaccendata, e soprattutto mi piace confrontarmi e stare in mezzo agli altri. Non amo la routine, considero una ricchezza ogni nuova persona incontrata, ogni esperienza fatta, ogni contatto stimolante. All’insediamento del nuovo Direttivo, dopo il primo momento di puntiglio, mi sono resa conto che proprio in quel periodo, 2001, qualcosa stava cambiando nel modo di fare volontariato, e non era la “Legge quadro sul volontariato”, la n. 266/91, a sconvolgere il contesto. Erano passati dieci anni e quasi non si parlava di questa norma se non per la novità dell’istituzione dei CE.S.VO.P. E’ fisiologico, ci sono voluti dieci anni, tempo e tenacia per fare mentalità, per impiantare e far crescere la cultura del volontariato. Ma qualcosa è cambiato, il volontariato non è più lo stesso, non è più quello che io ho imparato da mia madre e che ho cercato di trasmettere ai miei figli. Oggi è attenzionato dalle istituzioni che hanno invertito l’ottica degli interventi sociali, dove da una parte stavano le amministrazioni e dall’altra i soggetti amministrati. Dopo la modifica dell’art. 118 della Costituzione, il rapporto tra volontariato e le istituzioni risulta notevolmente modificato. L’articolo 118, vale la pena di ricordarlo, recita: “Stato, regioni, città metropolitane, province e comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività d’interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.” Si è introdotto nella carta costituzionale il principio della “sussidiarietà”, si è proposto un modello paritario fra amministrazioni e parti sociali. Si è finalmente recepita la necessita di fare rete, fra soggetti pubblici e privati, di mettere insieme strumenti e motivazioni diverse per convergere verso finalità comuni: migliorare questa nostra società a vantaggio di ciascuno nell’interesse di tutti. La legge n. 383/2000 “Disciplina delle associazioni di promozione sociale”, ha riconosciuto un ruolo alle associazioni, ai movimenti ai gruppi costituiti al fine dello svolgimento di attività sociali a favore di terzi, senza fini di lucro. La legge n. 328/2000: ”Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” è un’occasione di legittimazione dell’operato di molte realtà associative, se insieme sapremo darle il giusto senso, la doverosa valenza alle priorità sociali del territorio. Non possiamo più attendere interventi dall’alto, dobbiamo essere operativi e propositivi. Tutti siamo chiamati a impegnarci ad esercitare un ruolo di compartecipi alla vita sociale del territorio, per migliorarne la qualità della vita , per lenire le situazioni di disagio, per divenire modelli di vera democrazia. Tutto questo è quello che ci si attende dalle organizzazioni “no profit”, siano esse cooperative sociali o associazioni di volontariato. La istituzione dei Ce.s.vo., Centro servizi per il volontariato, normati dalla legge n. 266/91, ma operanti solo da un po’ di anni, sembrava la panacea valida per tutti i mali: la creazione di un organismo di supporto per la crescita del volontariato è stata accolta dagli addetti con grande interesse. Dopo la prima fase di candido entusiasmo, qualcuno si è reso conto che i fondi provenienti dalle fondazioni bancarie, soprattutto al nord, potevano essere tanti e fare la differenza, ma il rischio della gestione secondo principi diversi da quelli provenienti dall’analisi dei bisogni territoriali è una realtà con la quale confrontarsi a tutt’oggi. Oggi si va avanti per progetti e obiettivi, per programmi e interventi mirati. Non basta più la buona volontà di un gruppo con il quale condividere degli ideali. Per sopravvivere è necessaria una struttura organizzata, è necessario avere la linea “ADSL” per collegarsi in rete e passare ore ed ore davanti ad un PC, bisogna vedere le news, per stare al passo con i tempi. Tutto ciò in qualche modo ha convinto pure me. Gli obiettivi delle organizzazioni debbono essere valutabili in termini di efficienza e di efficacia. E’ richiesta disponibilità di tempo competenza informatica, professionalità, conoscenza della normativa di settore e chi ne più ne ha più ne metta. Oggi è’ il “terzo settore”, l’interlocutore delle istituzioni. Ma vediamo di capire che cosa s’intende per terzo settore. E’ l'insieme di organizzazioni “no profit” che operano nel sociale. Esso è delegato a dare risposte ai bisogni che il mercato o i servizi pubblici non sono in grado di soddisfare. Promuove interventi socio sanitari, culturali, di sostegno alle disabilità mediante la proposizione di progetti finanziati e/o finanziabili. Due sono le peculiarità dei soggetti che vi operano: l'assenza di finalità di profitto e una organizzazione molto professionalizzata, quasi imprenditoriale. Fondamentale è l'equilibrio fra queste due componenti. In considerazione di tutto ciò, fare volontariato oggi non è più facile di prima, non bastano più entusiasmo e un po' di tempo libero. Non basta rivolgersi alle amministrazioni di turno, alla banca di sempre, per trovare i sostegni necessari, ed è sempre più difficile conciliare l'anima associativa con l'efficienza gestionale. Questo è il nuovo orientamento degli interventi sociali e l'impressione è che a medio termine contribuirà a deviare il volontariato dalla strada maestra della gratuità, della libertà dai condizionamenti economici e politici, collocandolo più vicino all'impresa sociale finanziata e allontanandolo dal sistema di realizzazione di piccoli interventi autogestiti dall'organizzazione. Alla luce delle ultime esperienze in tema di “Accordi di programma quadro” per la definizione dei piani territoriali di intervento, previsti dalla legge n. 328/2000, attualmente in fase di definizione e dei progetti di formazione gestiti dal Ce.S. Vo, dai bandi ministeriali etc, ogni tanto si ha l’impressione di una grossa torta da spartire, di cui ognuno pretende la fetta più grossa, onestamente più volte sono stata tentata di dire “Grazie, la cosa non mi interessa” e andare avanti per come si è fatto fin ora. Ma il buon senso ( ? ) mi suggerisce che io non sono l’Associazione e l’Associazione non è mia. Il rischio di venire tagliati fuori da ogni intervento o iniziativa finanziata è reale, e non certo a vantaggio del Gruppo che in questo momento rappresento. Nella consapevolezza della valenza della formazione, dell’aggiornamento, dello stare al passo con i tempi, ogni tanto mi chiedo se è questo il volontariato che voglio continuare a fare.E’ giusto che il volontariato mantenga le sue prerogative di solidarietà e gratuità e competere, al contempo, con le altre realtà del terzo settore . Conosco bene il fascino delle belle parole e l’esperienza mi ha insegnato di diffidare delle illusioni. Una cosa è la bella normativa un’altra cosa è la realtà di tutti i giorni. Sul tema lungi dal declamare giudizi o critiche, mi sia permesso di esprimere perplessità. Il tempo sarà il giudice più saggio. Per concludere mi viene in mente una citazione di Don Milani: “Nulla è più ingiusto che fare le parti uguali fra disuguali”.
Pia Falzone
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